Berlin - Intro

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L’ULTIMA VOLTA CHE HO VISTO BERLINO di Gianluca Morozzi

 

L’ultima volta che ho visto Berlino, non c’era Berlino. C’era uno strato compatto di ghiaccio che copriva la città, le strade, i marciapiedi, Alexanderplatz, i gradini della metropolitana, tutto era coperto dal ghiaccio. Era febbraio, il periodo della Berlinale, e io ero là per firmare un contratto importante. Che avrei firmato molto volentieri, se fossi riuscito a non rompermi una gamba scivolando come Fantozzi su quel ghiaccio maledetto.

Io Berlino l’avevo vista una volta sola, prima di allora, ed era estate, c’era un magnifico sole, la città era bellissima. Avevo scoperto con stupore i versi di Guccini vergati sui resti del Muro, gli enormi kebab di Kreutzberg, e il metrò di superficie telepatico, roba che tu arrivavi alla banchina e non dovevi neppure aspettare un minuto, mettevi piede al tuo binario e il treno arrivava per portarti dovunque. E avevo scoperto il miracolo di una città enorme e popolosa praticamente senza traffico, e i ciclisti lanciati a tutta velocità sulle loro piste ciclabili, e la strana bellezza della Torre della Televisione...

Quel giorno di febbraio dovevo firmare il contratto con un produttore, in uno di quei meravigliosi eventi collaterali della Berlinale chiamati From Bestseller to Blockbuster o qualcosa del genere, in cui gli agenti letterari presentavano il romanzo di un autore da loro rappresentato, i produttori facevano colazione e ascoltavano, e alla fine, se interessati, opzionavano l’opera. Un produttore canadese aveva opzionato la mia, di opera. E io dovevo firmare il contratto.

C’era la mia agente a farmi da scudo, ma per sicurezza mi ero portato dietro mio padre, esperto di lingua tedesca. Mio padre, per farmi fare bella figura, era venuto alla colazione dell’evento della Berlinale From Bestseller to Blockbuster con una felpa sporca di marmellata, scucita in due punti sulla pancia, e una sciarpa rosa shocking annodata sotto la sua folta e incolta barba. Se avesse allungato una mano tra i tavoli dei produttori e degli agenti avrebbe raccolto facilmente degli spiccioli, con quell’aria da questuante alcolizzato.

Quella sera, a contratto firmato, eravamo stati invitati alla festa conclusiva della Berlinale: io, la mia agente e mio padre. “Cambiati almeno la felpa”, avevo chiesto all’inelegante genitore. Detto fatto: era venuto al party esclusivo di chiusura di un importante festival del cinema europeo con una felpa verde pisello, sempre con la sciarpa rosa shocking. Aveva esibito l’invito ufficiale davanti ai perplessi buttafuori, convinti fino a un attimo prima di avere a che fare con un mendicante.

Avevo lasciato qualche minuto mio padre in mezzo al salone affrescato pieno di attori, attrici, registi, produttori, per andare a procurarmi una birra e del cibo. Al mio ritorno, lo avevo trovato circondato di attori, attrici, registi, produttori, con le attrici ammirate dalla sua curiosa sciarpa rosa.

Mio padre si era fatto passare con molta disinvoltura per un eccentrico artista, tanto eccentrico da presenziare al party della Berlinale vestito come un pensionato sceso a falciare il giardino.

Non è fantastica, Berlino?